di Antonio de Felip
L’aggressione del 1999
Il 24 marzo 1999 la NATO, un’alleanza che si è sempre definita esclusivamente “difensiva”, iniziò ad attaccare la Serbia con massicci bombardamenti aerei, impiegando velivoli e missili da crociera. Nessuna minaccia era mai provenuta dal piccolo paese balcanico contro gli Stati membri dell’Alleanza.
I bombardamenti, incessanti giorno e notte, durarono 78 giorni, fino al 10 giugno. Le vittime civili furono decine di migliaia, anche se il bilancio preciso resta difficile da stabilire. Vennero colpiti ponti mentre pedoni, autobus e automobili li attraversavano, edifici pubblici e privati di Belgrado, fabbriche, infrastrutture e centinaia di strutture civili in città e villaggi.
Furono distrutti:
- 82 ponti
- tutte le raffinerie di petrolio
- 14 centrali termoelettriche
- 13 aeroporti
- 20 stazioni ferroviarie
- 121 fabbriche
- treni passeggeri
Tra gli attacchi contro obiettivi non militari si ricordano quello contro la sede del Partito Socialista a Belgrado, contro la torre della televisione serba (sedici morti tra giornalisti e tecnici), numerosi bombardamenti di autobus civili e ospedali, come quello di Surdulica, nel sud della Serbia (venti morti).
Ben noto anche l’attacco all’ambasciata cinese a Belgrado, che causò la morte di tre diplomatici. Gli Stati Uniti attribuirono l’episodio a “mappe obsolete”.
Le cause della guerra
Quali furono le cause di questa guerra di aggressione?
Secondo l’autore, il motivo principale fu la ferma opposizione della Serbia all’espansione della NATO nei Balcani. Inoltre, il Kosovo rappresentava per gli Stati Uniti una posizione geostrategica ideale per l’installazione di una grande base militare.
Dopo l’autoproclamata indipendenza del Kosovo, venne costruita Camp Bondsteel, la più grande base militare americana in Europa.
Kosovo e Metochia: storia e identità
Il Kosovo e Metochia costituiscono la culla religiosa, culturale e politica della Serbia. Ne sono testimonianza oltre 1.500 monasteri e chiese ortodosse medievali.
Il 28 giugno 1389, a Kosovo Polje (“Piana dei Merli”), ebbe luogo la storica battaglia tra l’esercito serbo guidato dal principe Lazar e le forze ottomane. La battaglia è rimasta nei secoli simbolo dell’identità nazionale serba.
Durante la dominazione ottomana seguirono persecuzioni, tassazioni pesanti, conversioni forzate e migrazioni. Nel corso dei secoli la composizione demografica della regione cambiò profondamente.
L’UÇK e la crisi del 1998-1999
Con la dissoluzione della Jugoslavia, gli albanesi del Kosovo puntarono all’indipendenza. Venne costituito l’UÇK (Esercito di liberazione del Kosovo), responsabile di numerosi attacchi contro poliziotti e civili serbi.
Secondo il testo, pur definendolo ufficialmente “organizzazione terroristica”, alcuni servizi occidentali avrebbero sostenuto e armato l’UÇK.
Il caso Račak
Nel gennaio 1999, nel villaggio di Račak, furono trovati 45 corpi dopo scontri tra forze serbe e combattenti dell’UÇK. Il capo della missione OSCE, William Walker, dichiarò immediatamente che si trattava di un “massacro di civili”.
Tuttavia, successive analisi forensi indipendenti esclusero esecuzioni sommarie a distanza ravvicinata e indicarono che molte delle vittime avevano sparato armi da fuoco prima di morire. La vicenda divenne uno degli elementi decisivi nella costruzione del consenso internazionale all’intervento militare.
Dopo i bombardamenti
Dopo 78 giorni di bombardamenti, la Serbia accettò il ritiro dal Kosovo. Il presidente Slobodan Milošević venne successivamente arrestato e trasferito al Tribunale penale internazionale dell’Aia, dove morì prima della conclusione del processo.
Dopo l’ingresso delle truppe NATO, si verificarono episodi di violenza contro la popolazione serba rimasta in Kosovo, distruzioni di villaggi e di numerosi monasteri e chiese ortodosse, in particolare tra il 1999 e il 2004.
Informazione, propaganda e riflessioni
L’autore sostiene che l’intervento fu accompagnato da una vasta campagna mediatica, caratterizzata – a suo giudizio – da manipolazioni, omissioni e informazioni non verificate.
Viene citato Aleksandr Solženicyn, che condannò l’intervento come una violazione della Carta dell’ONU.
Si ricorda inoltre il discorso del 2003 di Colin Powell alle Nazioni Unite sull’Iraq e le armi di distruzione di massa, rivelatosi successivamente infondato.
L’articolo si conclude con un invito alla lettura critica delle informazioni e alla riflessione sui precedenti storici.
Consigli di lettura
- Nikola Mirković, Il martirio del Kosovo, Novantico Editrice
- Kelly M. Greenhill, Armi di migrazione di massa, LEG Edizioni
- Maurizio Cabona (a cura di), Ditelo a Sparta. Serbia ed Europa. Contro l’aggressione NATO, Graphos Editore