Le falsificazioni della NATO & C. Il caso Kosovo

di Antonio de Felip 

Il 24 marzo 1999 la NATO, un’alleanza che si è sempre definita solo “difensiva”, iniziò ad attaccare la Serbia con pesantissimi bombardamenti aerei con velivoli e missili da crociera. Nessuna minaccia era mai pervenuta dal piccolo paese balcanico contro i paesi membri della NATO. I bombardamenti, incessanti, diurni e notturni, durarono per 78 giorni, fino al 10 giugno. Decine di migliaia furono le vittime civili, anche se il conto è assai difficile. Vennero attaccati ponti mentre pedoni, autobus e auto vi transitavano, molti palazzi pubblici e privati di Belgrado, fabbriche, infrastrutture, centinaia di edifici civili in città e villaggi. Furono distrutti 82 ponti, tutte le raffinerie di petrolio, 14 centrali termoelettriche, 13 aeroporti, 20 stazioni ferroviarie, 121 fabbriche, treni di pendolari. Furono bombardamenti chiaramente terroristici: l’elevatissimo numero degli attacchi contro obiettivi civili impediscono di pensare che si trattasse di “errori”, come, dopo ogni strage, li definiva la NATO che in molti casi negò spudoratamente questi attacchi, dichiarando che si trattava di propaganda serba. E i media occidentali, per mala fede, convinzione o intimidazione dei poteri atlantisti, assecondarono le menzogne: si trattava di “danni collaterali”, inevitabili errori in una guerra. Tra molti altri casi di attacchi “umanitari” contro obiettivi non militari occorre ricordare quello contro la sede del Partito Socialista a Belgrado, contro la torre della televisione serba (sedici morti tra giornalisti e tecnici), i numerosi bombardamenti di autobus civili, ospedali (come quello a Surdulica, nel sud della Serbia, venti morti). Ben noto è l’attacco USA all’ambasciata cinese a Belgrado che uccise tre diplomatici, ancora ricordato e commemorato in Serbia e in Cina. Fu chiaramente un attacco di avvertimento e di rappresaglia per la posizione cinese di condanna dell’aggressione NATO. Con disprezzo della verità e dei morti, gli americani attribuirono il bombardamento a “mappe obsolete”. Macabra presa in giro.

Contro la piccola e mal armata Serbia, lo schieramento atlantista fu imponente: USA, Gran Bretagna, Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Norvegia, Olanda, Portogallo, Spagna, Turchia. E ovviamente l’Italia, dalle cui basi, soprattutto Aviano, partivano le incursioni terroristiche, con centinaia di aerei dei paesi aggressori e poi con le navi nell’Adriatico per i bombardamenti con i missili. Anche nostri aerei parteciparono ai criminali attacchi, distruggendo anche infrastrutture “nostre”, come quelle della Telecom.

Quali furono le cause di questa guerra di aggressione della NATO, che pure, come sappiamo, si proclamava, e tuttora si proclama, “alleanza difensiva”? Il motivo principale era la dichiarata e ferma ostilità della Serbia, da sempre alleata alla Russia per motivi etnici e religiosi, alla penetrazione della NATO nei Balcani. E poi, ovviamente, il Kosovo, che faceva gola agli USA e alla NATO come ideale location geostrategica per una grande base. Infatti, dopo l’autoproclamata “indipendenza” del Kosovo, gli USA vi costruirono, tra altre basi minori, Camp Bond Steel, la più grande base militare americana in Europa, nei pressi del confine macedone.

Che oggi il Kosovo e Metochia (questa è la esatta denominazione) sia una terra contesa è un dato di fatto. Ma è altrettanto vero che il Kosovo è la culla religiosa, culturale, politica della Serbia: lo testimoniano i 1.500 monasteri e chiese ortodosse costruite durante il medioevo, veri gioielli architettonici. Quando, nel 1912, la Serbia si liberò completamente della feroce dominazione ottomana (la sua indipendenza era già stata riconosciuta internazionalmente nel 1878) a questa regione meridionale venne data la denominazione amministrativa di “Vecchia Serbia”. Le radici di questo piccolo ma orgoglioso stato balcanico sono lì. Il 28 giugno 1389 a Kosovo Polje, la “Piana dei Merli”, 15.000 Serbi, guidati dal principe Lazar si fecero massacrare da 30.000 musulmani ottomani per difendere l’intera Serbia e quindi anche l’Europa dall’invasione delle armate islamiche. Il principe Lazar morì nella battaglia, diventando un eroe per i Serbi e per la Cristianità. Fu fatto santo dalla Chiesa Ortodossa. La battaglia della “Piana dei Merli” è rimasta nei secoli un simbolo glorioso dell’identità serba e dell’eroismo di quella terra per la difesa della libertà.

I turchi riuscirono a conquistare completamente il Kosovo nel 1455 e poi l’intera Serbia: Belgrado cadde nelle mani degli ottomani nel 1521. É tuttavia interessante notare che un censimento indetto dai nuovi padroni immediatamente dopo la conquista del Kosovo stabilì che la popolazione di questa regione fosse composta quasi esclusivamente da serbi: solo un’esigua minoranza, il 2/3%, era albanese. Il destino della Serbia e dei serbi seguì quello delle altre regioni cristiane sottomesse al feroce dominio ottomano: dhimmitudine, pesantissima fiscalità, espropri, saccheggi, massacri, umiliazioni e l’orribile “tributo di sangue”: il rapimento periodico di bambini per convertirli all’islam e farne dei giannizzeri fanatizzati. Queste persecuzioni determinarono la cosiddetta Grande Migrazione: circa 200.000 serbi trovarono rifugio nell’Impero asburgico, ben accolti e salvaguardati nelle loro identità religiose e nazionali. Gli ottomani spinsero allora albanesi convertiti all’islam a occupare il Kosovo e Metochia e il sud della Bosnia. Nel 1878 una durissima guerra di Serbia, Montenegro e Russia contro la Sublime Porta portò anche all’indipendenza della Serbia ma il Congresso delle potenze europee di Berlino del 1878 commise il grave errore di lasciare il Kosovo e Metochia, il Sangiaccato e la Macedonia sotto il dominio musulmano. Così, in queste regioni le sopraffazioni, i massacri, la distruzione di villaggi, i rapimenti, la pulizia etnica dei cristiani ad opera dei turchi e degli albanesi continuarono sotto l’occhio disinteressato, quasi compiaciuto, delle grandi potenze: Gran Bretagna e Francia soprattutto. Il numero dei serbi in Kosovo si dimezzerà tra la meta del XIX secolo e il 1912 (quando a seguito di una nuova guerra, anche le regioni, tra cui il Kosovo, rimaste sotto il dominio turco vennero liberate), passando da 400.000, ovvero la maggioranza assoluta, a 200.000.

Durante il periodo della seconda guerra mondiale la pulizia etnica degli albanesi contro i serbi continuò a tal punto da far inorridire gli italiani che occupavano l’Albania: il diplomatico italiano Carlo Umiltà osserverà che sembrava che l’unico scopo degli albanesi fosse quello di sterminare gli slavi. L’avvento del regime socialista di Tito non migliorerà la situazione: il dittatore, croato di padre e sloveno di madre, non ama i serbi e tollera nuove violenze degli albanesi. Non solo, vieta il rientro in Kosovo di decine di migliaia di serbi fuggiti dalle loro case durante la guerra. Inoltre, poiché le condizioni di vita degli albanesi in Kosovo e Metochia erano notevolmente migliori di quelle degli albanesi d’Albania si verificò un’emigrazione di massa di questi ultimi non solo in Kosovo, ma in tutto il sud della Serbia. Le violenze degli albanesi non vennero mai meno: ancora sommosse antiserbe, fattorie e raccolti bruciati, cimiteri ortodossi profanati, incendiato persino il patriarcato di Peć. Tra il 1961 e il 1981 se ne vanno verso nord altri 200.000 serbi, anche a seguito della minacciosa invasione di 200.000/240.000 “migranti” albanesi. Una vera e propria sostituzione etnica, accompagnata da una “cancellazione della cultura” della civiltà serbo-ortodossa. Il regime socialista addirittura abolisce il termine Metochia (il cui significato è “terra della Chiesa”). Tutto il territorio si chiamerà solo Kosovo. Con lo smembramento della Jugoslavia favorito dalle forze atlantiste – USA, Gran Bretagna e Germania in testa – gli albanesi del Kosovo puntano direttamente all’indipendenza, con lo scopo dichiarato di creare in un secondo momento una “Grande Albania”. Viene costituito un esercito clandestino, l’UÇK, che compie innumerevoli atti terroristici, nuovi attacchi e massacri contro i serbi, rapimenti e uccisioni di civili, tra cui donne e bambini. I paesi occidentali ufficialmente condannano l’UÇK iscrivendolo tra le “organizzazioni terroristiche”, ma nei fatti la CIA americana, il BND, cioè i servizi tedeschi e il DGSE, quelli francesi, promuovono, finanziano, armano, addestrano i terroristi, passando loro anche informazioni che aumentano la precisione e l’efficacia degli attacchi terroristici: solo nel 1998 sono 1.885 gli attacchi dei terroristi contro poliziotti e civili serbi: centinaia gli assassinati, sepolti in fosse comuni come a Godjan, nei pressi di Dečani.

Nonostante le evidenze e il numero dei morti da una parte e dall’altra, l’ONU accusa i serbi di “uso eccessivo della violenza” e autorizza una “missione di verifica” dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (l’OSCE) composta da 1.400 “osservatori”, molti dei quali membri dei servizi occidentali o mercenari della DynCorp, una società di contractors legata alla CIA. In realtà questi “osservatori” intrattengono relazioni privilegiati con UÇK e soprattutto mappano il territorio, raccolgono informazioni, identificano gli obiettivi sensibili. Uno dei componenti della delegazione confesserà successivamente: “Avevamo l’impressione molto netta di compiere un lavoro di spionaggio per l’Alleanza atlantica”. Il giornale svizzero La Liberté definirà i componenti della missione “Les espions de l’OTAN”, “gli spioni della NATO”. L’Alleanza atlantica aveva infatti già da tempo deciso di aggredire la Serbia, soprattutto dopo che questa aveva rifiutato gli accordi-capestro di Rambouillet, località francese ove si tenne una riunione durante la quale la NATO minacciò la Serbia di guerra se non avesse accettato il ritiro dal Kosovo e soprattutto la presenza di truppe dell’Alleanza su tutto il territorio serbo, oltre che il solito regime-change con la destituzione del legittimo presidente Slobodan Milošević e del suo governo. Una inaccettabile perdita totale di sovranità.

Nel frattempo, per convincere un’opinione pubblica europea che non comprendeva per nulla la necessità di una guerra contro un civilissimo paese europeo che non stava minacciando nessuno se non i terroristi dell’UÇK (ad esempio in Italia, agli inizi dei bombardamenti contro la Serbia, solo il 27% dei nostri concittadini era favorevole all’aggressione, nonostante una martellante campagna di stampa antiserba), ecco il montaggio della messa in scena del “massacro” di Račak. Questo è un paese nel sud del Kosovo, teatro di pesanti combattimenti nel gennaio 1999 tra l’esercito serbo e i terroristi dell’UÇK, durante i quali vennero uccisi 45 guerriglieri. Gli osservatori internazionali si precipitano sul posto e il capo della missione dell’OSCE, il “diplomatico” (in realtà agente della CIA) americano William Walker, dichiara, senza che alcuna indagine sia stata svolta, che si tratta di un “massacro di civili albanesi, un crimine contro l’umanità” da parte dei serbi. Solo sulla base di queste indimostrate dichiarazioni si scatena la campagna d’odio antiserba dei governanti atlantisti e dei media occidentali. Il segretario di Stato USA, Madeleine Albright, s’inventerà di “decine di persone con la gola tagliata”. Il ministro degli esteri canadese, Lloyd Axworthy s’indignerà per la “disgustosa esecuzione di civili” e il ministro degli esteri tedesco, Joschka Fischer, trarrà le ovvie conclusioni: “La guerra è l’unica risposta”. E guerra sarà.

La realtà è ben differente. Tre diverse squadre di medici legali indipendenti di tre paesi diversi hanno esaminato i luoghi e i cadaveri dei presunti “civili”: non c’è traccia di “esecuzioni sommarie”, non c’è traccia di colpi sparati a bruciapelo. Di più, sulle mani di 37 corpi vennero rivenute, con l’esame del guanto di paraffina, tracce di polvere da sparo: erano combattenti dell’UÇK e avevano, poco prima della morte, sparato con armi da fuoco. Gli esami più approfonditi furono condotti da una équipe finlandese, le cui conclusioni furono persino pubblicate sulla rivista specializzata “Forensic science international”: nessuna “esecuzione sommaria”, si trattava di combattenti colpiti a distanza. La responsabile del team di medici legali Helena Ranta, anni dopo, confesserà di aver subito delle fortissime pressioni da parte del Ministero degli esteri finlandese e soprattutto da William Walker, capo della missione OSCE per “aggiustare”, in funzione antiserba, il report finale. Walker giunse anche, nei confronti della dottoressa, ad atti di intimidazione fisica. Ma non furono solo i medici forensi ad escludere “il massacro di civili”. Alla stessa conclusione giunsero anche alcuni giornalisti investigativi, come Peter Worthington, del Toronto Sun, che basò la sua analisi su numerosi resoconti di esperti presenti sul posto e che smentì le menzogne di Walker. Un anno dopo tre giornalisti del Berliner Zeitung dimostrarono senza alcun dubbio che a Račak non era vi stato affatto un massacro, ma un combattimento tra uomini armati. Il giornalista e scrittore Alexandre del Valle scriverà nel 2001: “Come nel 1995 [in Bosnia], dove false accuse erano servite a giustificare i raid americani contro le posizioni serbe, scommetterei che lo scandalo di Račak sia stato montato per preparare l’opinione pubblica ad eventuali raid sulla Serbia.” E il generale tedesco Heinz Loquai affermerà: “E’ tutto cominciato con una menzogna. Walker con il suo comportamento ha acceso la miccia della guerra, una guerra che sarebbe stata una violazione delle leggi internazionali.” Sintetizzerà la giornalista italiana Tiziana Boari, che nel 1999 era in loco in quanto membro della missione OSCE come media development advisor: “L’esca di Račak era stata gettata e il pesce europeo aveva abboccato. Quel che bastò a scatenare la guerra.” Nell’intervistarla sulla ormai certa macabra messa scena antiserba di Račak, ben descritta da questa reporter e frutto della dimostrata complicità dei servizi americani con i terroristi dell’UÇK, la giornalista Elisabetta Burba su Panorama del 12 aprile 2022 ha anche rivelato che Tiziana Boari il 3 aprile sulla sua pagina Facebook ha lanciato una lapidaria quanto inquietante suggestione: “Bucha come Račak?”. Indicativo il titolo dell’intervista: “Perché la strage di Bucha in Ucraina mi ricorda quella di Račak in Kosovo”. Ricordiamo che Bucha è quella località ucraina dove i servizi di Kiev, quelli atlantisti e i media occidentali rossofobici pretendono di aver “documentato” una strage di civili ad opera dei russi, strage sempre negata dalla Russia e riguardo alle cui “prove fotografiche” anche esperti giornalisti di guerra italiani, come Toni Capuozzo, hanno espresso fondato scetticismo.

Ma non solo Račak. In Kosovo, le falsità, le falsificazioni, le menzogne della Nato, dei singoli paesi aggressori, dei media occidentali e ovviamente dell’UÇK sono incontrovertibili e ben dimostrate: molte delle lacrimose interviste a presunte “vittime” albanesi erano false, come quella a una sedicenne che dichiarò di essersi arruolata nell’UÇK “per vendicare la sorella, uccisa dai serbi”. Risultò che la sorella era viva. Ma i media occidentali, nel loro odio per i serbi, giustificavano anche le menzogne: un reporter di una televisione canadese dichiarò su questa fake news: “un soldato dell’UÇK mente per la causa”. Alcuni portavoce dei governi atlantisti belligeranti paragonarono il Kosovo alla Cambogia sotto Pol Pot e le attività della Serbia al “Grande Terrore” staliniano. La NATO denunciava l’esistenza di campi di sterminio mai esistiti. E il generale Charles Guthrie, capo dello stato maggiore britannico annunciò drammaticamente: “Abbiamo rapporti che parlano dell’assassinio di migliaia di giovani uomini”. Quei rapporti non sono mai stati mostrati. Sempre in tema di “rapporti”, uno diffuso dal dipartimento di Stato USA denunciò che 100.000 albanesi erano rinchiusi in uno stadio a Pristina. Un giornalista francese, che si trovava in loco, si recò immediatamente allo stadio: era deserto. Il termine “genocidio” divenne espressione comune per descrivere le presunte “violenze” dei serbi: lo usò anche D’Alema (il Presidente del Consiglio “postcomunista” che aveva ordinato la partecipazione dell’Italia all’aggressione) in un’intervista strappalacrime. Quando gli “errori” della NATO non potevano essere negati perché ben dimostrati, venivano così giustificati: “un errore commesso nella foga dei bombardamenti”. Questa fu la letterale dichiarazione di un portavoce della NATO dopo il bombardamento di un convoglio di civili che aveva causato decine di morti.

Agli inizi di giugno, dopo 78 giorni di ininterrotti bombardamenti di 12 importanti nazioni della NATO, con centinaia di aerei, decine di navi, l’uso di bombe all’uranio impoverito – la popolazione serba ancora oggi subisce conseguenze l’uso di queste armi criminali in quello che venne giustificato come un “intervento umanitario” – le infrastrutture distrutte, privati dell’elettricità, i ponti distrutti, la Serbia fu costretta a cedere e Slobodan Milošević annunciò il ritiro dal Kosovo. Questo non lo salverà da una ignominiosa e brutale cattura da parte dei vendicativi militari della NATO (che avvenne grazie al tradimento del nuovo governo serbo, ricattato dall’occidente) e la sua consegna un totalmente delegittimato Tribunale Penale Internazionale dell’Aia con l’accusa di “crimini contro l’umanità” anche per la precedente guerra in Bosnia. Ovviamente l’accusa era indimostrata. Sottoposto a durissima detenzione, privato persino dei suoi farmaci (tutte le persone che gli rendevano visita venivano preventivamente perquisite per non permettere che gli fosse consegnato alcun medicinale), Milošević accusò i suoi carcerieri di avvelenarlo. Infatti, fu trovato morto nella sua cella prima della sentenza di questo sedicente tribunale il cui diritto si basava solo sulla forza della NATO. La sua strana morte avvenne pochi giorni dopo che il leader dei serbi della Krajina, Milan Babić, che aveva difeso i suoi connazionali da croati e musulmani, venne trovato “suicidato” nella sua cella (videosorvegliata 24 ore su 24).

Dopo l’occupazione NATO, circa 2.700 giornalisti, un vero sciame di cavallette dell’informazione, bramosi di grandguignol per dimostrare quanto benemerito fosse stato “l’intervento umanitario” della NATO e quanto fossero criminali i serbi, si precipitarono in Kosovo per esumare e filmare le “fosse comuni” con i 100.000/250.000 albanesi assassinati che la propaganda USA/NATO aveva annunciato. Non ne furono trovate. Persino il Tribunale penale internazionale dell’Aia, pur scandalosamente schierato, come abbiamo visto, contro la Serbia, ha contato in Kosovo solo 2.018 morti, la maggioranza caduti in combattimento. Il generale canadese Lewis McKenzie, già comandante di truppe ONU in Bosnia ha candidamente confessato: “Il genocidio proclamato dall’Occidente non è mai esistito; i cosiddetti 100.000 morti trovati nelle fosse comuni, sono risultati essere circa 2.000, di tutti i gruppi etnici.”

Naturalmente, come era prevedibile, dopo l’occupazione della NATO in Kosovo, l’odio albanese ha scatenato una feroce pulizia etnica contro i serbi, questa sì definibile genocidio. Cittadine, villaggi, fattorie serbe vengono attaccati, incendiati, gli abitanti uccisi o costretti ad andarsene. Vengono in effetti scoperte fosse comuni, queste sì, purtroppo, vere, a Djakovica, a Suva Reka, a Prizren, a Dragodan, a Merdare, ma sono pieni di cadaveri di migliaia serbi rapiti, torturati, massacrati. Secondo dati della Croce Rossa, sono più di 75.000 i serbi (un quarto della popolazione) costretti a fuggire dal Kosovo dalla pulizia etnica che avviene sotto gli occhi delle truppe di occupazione NATO, che non intervengono, schierate spudoratamente dalla parte dei massacratori albanesi.

Ma non solo: scopo degli albanesi e dei tagliagole dell’UÇK è eliminare ogni vestigia della civiltà e della millenaria storia serba in Kosovo. Solo tra il giugno 1999 (data di occupazione della NATO del Kosovo) e il marzo 2004 più di 150 chiese e monasteri serbi ortodossi sono stati distrutti dagli albanesi del Kosovo. Tra questi monasteri e chiese del XIII secolo, splendidi capolavori della architettura cristiana ortodossa. Innumerevoli i cimiteri vandalizzati e distrutti. Naturalmente la distruzione è continuata, e in alcuni momenti si è anzi intensificata, anche dopo tale data e anche ai nostri giorni. Il monastero di Dečani, patrimonio dell’Unesco, che include al suo interno la più grande chiesa medioevale dei Balcani, si è salvato dal saccheggio e dalla distruzione degli albanesi grazie alla presenza dei nostri Alpini che hanno impedito il massacro dei monaci e della piccola comunità serba.

L’intervento degli USA e della NATO contro la Serbia che, come si è visto, si compì soprattutto con brutali attacchi contro infrastrutture non militari e la popolazione civile, venne preceduto, accompagnato e seguito da un impressionante serie di menzogne, falsificazioni, false notizie, costruite dai servizi e trasmesse come vere dai media mainstream dei paesi atlantisti, che contemporaneamente censuravano le notizie provenienti dal campo e impedivano l’accesso alle voci degli oppositori “interni”, nei singoli paesi, dell’aggressione.

Commentò Aleksandr Solženicyn; “Calpestata la Carta dell’Onu, la Nato ha proclamato alla faccia del mondo e per il prossimo secolo una vecchia legge, quella della giungla: il più forte ha sempre ragione. Sotto gli occhi dell’umanità è avvenuta la distruzione di un magnifico paese europeo. Quando le persone, disperate, lasciano i rifugi antiaerei e formano catene umane, per salvare al rischio della vita, i ponti sul Danubio, non è un comportamento degno delle grandi gesta dell’antichità?”.

Qualche anno dopo, il 5 febbraio 2003, si arrivò alla “madre di tutte le menzogne”: il famigerato discorso di Colin Powell, Segretario di Stato degli Stati Uniti durante la presidenza di George W. Bush, al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a New York, nel quale, agitando una fialetta contenente della polvere bianca, denunciò l’Iraq come produttore di armi di distruzione di massa. Un mese dopo l’Iraq fu invaso: successivamente le affermazioni di Powell risultarono completamente false, come dovette ammettere lui stesso. Ma nessuno pagò mai per la terribile menzogna e per le immani tragedie che seguirono. Colin Powell morirà nel suo letto, non in una oscura cella di un carcere atlantista.

Proviamo a porci una domanda a questo punto inevitabile: visti questi precedenti, quanto possiamo credere alle notizie che ci pervengono dall’Ucraina, considerato che ci sono trasmesse dal governo di Zelensky, quello che ha censurato tutti i media di opposizione, dai servizi USA e della Gran Bretagna, dai giornalisti dei media atlantisti scodinzolanti al seguito degli addetti stampa di Kiev che se ne guardano bene dal documentare quello che avviene, ad esempio, ma non solo, nel Donbass russo liberato dall’esercito di Mosca la cui popolazione è tutt’ora, quasi ininterrottamente dal 2014, sotto i bombardamenti terroristici dell’esercito ucraino con decine di migliaia di morti? Perché siamo stati privati della libertà di accedere ai media russi, come Sputnik o Russia Today, che sono stati oscurati dai soi-disant “paesi liberi”? Cosa ci vogliono nascondere? Cosa ci vogliono far credere con le loro continue fake news?

Giuseppe Prezzolini si iscriveva sarcasticamente alla schiera degli “apoti”, quelli che non la bevono. Facciamolo anche noi.

CONSIGLI DI LETTURA

Un testo indispensabile per la comprensione degli accadimenti in Kosovo è questo di Nikola Mirković, Il martirio del Kosovo, Novantico Editrice: un libro ben documentato che ripercorre la storia del Kosovo e Metochia fino ai nostri giorni e che racconta con chiarezza la guerra di aggressione della NATO e la pulizia etnica, tuttora in corso, a danno dei serbi. Informazioni assai interessanti sulle falsificazioni atlantiste sono reperibili anche, nel capitolo sul conflitto in Kosovo, in questo libro di Kelly M. Greenhill, Armi di migrazione di massa, LEG Edizioni. Assai raccomandabile è anche un testo collettaneo edito immediatamente dopo l’aggressione e curato da Maurizio Cabona: “Ditelo a Sparta”. Serbia ed Europa. Contro l’aggressione NATO. Graphos Editore. Contributi, tra altri, di de Benoist, Cardini, Fini, Pasolini Zanelli, Risé, Romano, Solinas, Staiti, Tarchi. Una veloce ricerca su internet consente di reperire informazioni sulla distruzione di monumenti ortodossi nel Kosovo. Un elenco parziale di chiese e monasteri ortodossi distrutti dagli albanesi tra il 1999 e il 2004 è reperibile in questo sito: https://www.no-regime.com/ru-it/wiki/Destruction_of_Serbian_heritage_in_Kosovo Purtroppo le distruzioni sono proseguite anche dopo tale data. Sulla possibilità di una messa in scena a Bucha in Ucraina ne ha scritto anche Matteo Donadoni, qui: https://www.ricognizioni.it/propaganda-di-guerra-quando-le-prove-tecnologiche-non-reggono-la-prova-della-ragione/ citando anche le argomentate considerazioni del giornalista Toni Capuozzo.

Le falsificazioni della NATO & C. Il caso Kosovo – Telegraph

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