I serbi italiani, ‘L’Italia non deve riconoscere il Kosovo’

di Snezana Petrovic* – 

Il 21 febbraio 2008 l’Italia ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo dopo solo quattro giorni dalla autoproclamazione avvenuta il 17 febbraio. All’epoca, il ministro degli esteri D’Alema, mandò una lettera a Pristina con la “bella notizia” del riconoscimento, senza nessuna precedente discussione nel Parlamento. Nessuno stato che ha riconosciuto lo “Stato Kosovo” ha tenuto conto della Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che fu adottata il 10 giugno 1999. La regione meridionale serba fu occupata contro le leggi internazionali che garantiscono integrità territoriale dei paesi membri delle Nazioni Unite.


Il vero nome della regione meridionale della Serbia è Kosovo e Metohija (KIM). La parola serba “kos” in italiano significa “merlo” e la parola “Metoh” vuol dire “proprietà dei monasteri”. Considerato il numero di monasteri e delle chiese, la gran parte del territorio appartiene alla Chiesa Ortodossa serba. Anche il Patriarcato della Chiesa serba un tempo era a Pec (Kosovo e Metohija), successivamente spostato nella capitale Belgrado.
Le motivazioni storiche, politiche e di diritto internazionale che confermano che il Kosovo e Metohija è territorio serbo da secoli le lasciamo agli esperti, ai governi e ai rappresentanti diplomatici. Noi vorremmo solo sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo l’ingiustizia che abbiamo subito come popolo durante le guerre nei Balcani, il cui culmine fu la sottrazione di un territorio di importanza vitale per la nostra nazione.


L’Unione dei serbi in Italia ha sostenuto l’iniziativa di alcuni intellettuali italiani di presentare al roverno di Roma la petizione in cui si chiede di rivedere il riconoscimento dell’autoproclamata “repubblica del Kosovo”. Abbiamo raccolto più di 5000 firme tra italiani, serbi e altri stranieri che vivono in Italia, senza contare le firme on-line.
Raccogliendo le firme, ho incontrato a Mori D. K., una signora nata a Prizren. Mi ha raccontato che negli anni settanta vivevano tutti in pace nella sua città natia. Lei frequentava l’asilo e poi è passata alla scuola elementare. Le sue migliori amiche erano turche e il compagno di banco anche. Si ricorda di lui ancora con simpatia, si chiamava Almir. C’erano anche scuole elementari, medie, superiori in lingua albanese, anche l’università a Pristina lo era. Tutte le scuole erano statali e ognuno poteva scegliere liberamente quale frequentare. Si ricorda dei Ramadan durante il quale di giorno vi era una quiete surreale in città e solo la sera cominciavano i rumori e la preparazione della cena, con profumi meravigliosi che fuoriuscivano dai panifici, nei quali compravano il pane anche i serbi. Le feste si passavano insieme, sia musulmane sia cristiane, non solo nel rispetto ma anche nell’affetto e nell’aiuto reciproci fra i componenti delle varie etnie.


“I suoni delle campane delle chiese ortodosse e le voci degli imam dalle moschee hanno accompagnato la mia infanzia felice. La nostra casa era in prossimità della chiesa di Nostra Signora di Ljevis. Mi sentivo privilegiata passando accanto a quella chiesa tutti giorni e salutavo la Madre di Dio con un segno della croce – racconta D. – Dopo alcuni anni mia madre ha ricevuto dalla sua ditta un piccolo appartamento accanto al fiume Bistrica, da cui si godeva di un meraviglioso panorama: il fiume e la Bogoslovija (il seminario) sull’altra sponda. Frequentavamo la chiesa di San Giorgio in cui celebrava la liturgia il vescovo Pavle, diventato negli anni novanta il patriarca della Chiesa serba. – Continua D. – La mia scuola si chiamava “Boro e Ramiz”, due eroi della seconda guerra mondiale. I due amici, Boro Vukmirovic (serbo) e Ramiz Sadiku (albanese), nel ‘43 furono fucilati dai fascisti tedeschi insieme, abbracciati, perché rifiutarono di separarsi. Diventarono così il simbolo della fratellanza e dell’unità del popolo serbo e albanese in Kosovo e Metohija e gli anni successivi confermarono che la convivenza pacifica è possibile. Eravamo felici e nessuno creava problemi. Mio padre ha lavorato con gli albanesi, mia madre pure. La migliore amica della mamma era Spresa, una turca.


Ma alla fine degli anni ottanta e negli anni novanta tutto è cambiato. Sono convinta che il virus dell’odio è stato introdotto dall’esterno, come nel resto della Jugoslavia, perché era stato deciso, sicuramente non da noi, di distruggere il nostro paese. Prima sono cominciate le violenze sulle donne: le ragazze non potevano più uscire da sole, ma dovevano essere sempre accompagnate da qualche uomo, ma neanche così erano al sicuro.


I serbi hanno cominciato a emigrare: mio padre ha deciso di vendere la casa e di portare la famiglia a Kraljevo, nella Serbia centrale, perché avendo due figlie non voleva correre rischi.
La mia maestra Zivomirka non voleva andarsene da Prizren; l’hanno violentata e uccisa. Terribili crimini accadevano e la gente aveva paura, non solo i serbi, ma anche gli albanesi erano spaventati. I serbi erano i più maltrattati, ma anche tra le altre etnie nessuno si sentiva più sicuro; la popolazione fuggiva, in Serbia centrale o all’estero, secondo le possibilità e le aspettative“.


A Kraljevo, D. K. ha conosciuto suo marito, anche lui profugo dal Kosovo. Hanno avuto due figli che hanno portato un’enorme gioia ai giovani genitori, ma i pericoli erano in agguato. Nella primavera del ’99 sono cominciati i bombardamenti NATO per la decisione del presidente Slobodan Milosevic di inviare l’esercito e la polizia speciale per ristabilire l’ordine in Kosovo e Metohija.
Con un neonato di sei mesi, al suono delle sirene si allontanavano dalla loro casa, perché questa era nelle vicinanze di una caserma. Quei bombardamenti distrussero aeroporti, strade, ponti, fabbriche ed ospedali… In tre mesi ammazzarono 2500 persone, perlopiù civili. La vittima più giovane aveva solo tre anni, si chiamava Milica Rakic. Oggi sarebbe una ragazza di 23 anni.


La NATO, che bombardava la Serbia e Montenegro senza l’approvazione delle Nazioni Unite, ha lanciato un enorme numero di bombe sul Kosovo e Metohija, uccidendo sia serbi sia albanesi. Quelle bombe all’uranio impoverito sono oggi causa dell’aumento di malattie e tumori.
Visto che in Serbia la situazione economica degenerava, il marito di D. K. arrivò in Italia in cerca di lavoro e di un futuro più sicuro per la sua famiglia. Ci sono voluti quattro anni per ottenete le condizioni per il ricongiungimento familiare.


Oggi D. K. ha doppia cittadinanza, un lavoro e figli che studiano. E’ andata solo due volte a Prizren, da quando la sua famiglia emigrò. Non riconobbe più la sua amata città. La Nostra Signora di Levis era circondata da filo spinato. Kosovo e Metohija non assomigliavano più al paese di una volta: i serbi rimasti vivono nelle enclavi circondate con filo spinato e militari stranieri, per spostarsi bisogna essere accompagnati dalla polizia kosovara, le tombe in molti cimiteri serbi sono state profanate e le croci abbattute. Solo il nord è rimasto come prima, in Kosovska Mitrovica, la città con la popolazione prevalentemente serba, dove ancora sventolano bandiere della Serbia e dove i serbi possono ancora parlare ad alta voce nella propria lingua.
Tutti della famiglia di D.K. hanno firmato la petizione. Nel testo si leggono le ragioni per cui il governo italiano dovrebbe rivedere la decisione di riconoscere l’indipendenza dell’autoproclamata “Repubblica”. Ma quello che non c’è scritto, e solo i serbi sanno, è che nessun governo serbo oserà mai accettare la rinuncia a quel territorio, la culla della nostra nazione, del nostro stato, della nostra chiesa, di tutti noi. Senza il Kosovo la Serbia non sarebbe più se stessa, ma un paese mutilato, mortalmente ferito, una nazione condannata a sparire. La risposta del perché è così si trova nella nostra storia secolare.


Il Kosovo non potrà mai diventare uno stato vero senza il riconoscimento della Serbia, di cui è parte integrante.
Se il Kosovo è parte del nostro territorio, perché chiedono a noi di riconoscerlo come stato indipendente? Se è nostro, perché ce l’hanno strappato?

*Laureata in lettere all’Università di Belgrado, dal 1984 vive a Rovereto (TN). E’ stata insegnante alla scuola serba in italia e presidente dell’associazione “Città Aperta”.
Oggi in pensione, per molti anni ha svolto la professione di mediatrice interculturale nelle scuole del Trentino.
E’ stata inoltre referente per la Cultura dell’associazione “Unione dei serbi in Italia”.

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